Ghana / La discarica di Agbogbloshie

Antonella Sinopoli

Translated by Alain Savary

Translation(s):
Ghana : la décharge d’Agbogbloshie

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Antonella Sinopoli, « Ghana / La discarica di Agbogbloshie », Revue Quart Monde [Online], 248 | 2018/4, Online since 29 October 2019, connection on 28 February 2020. URL : https://www.revue-quartmonde.org/8198

A pochi km da Accra. Una città nella città, dove vivono decine di migliaia di persone. La più estesa discarica africana di rifiuti elettronici. Molti – da governi ad associazioni, da agenzie a ong – promettono di smantellarla. Ma sono progetti che durano poche settimane, addirittura pochi giorni. Poi la novità scompare come scompaiono i “benefattori” e i “curiosi”, e tutto torna come prima. Peggio di prima, perché questa è una gallina dalle uova d’oro, dove a lucrare sono in molti. Tranne i disperati.

Uno spazio nero, fumoso, mefitico. Ultima fermata per disperati alla ricerca di un lavoro e di un tetto, anche se di lamiera. Luogo di affari illeciti e sfruttamento, di disagio sociale e di abuso, ma anche di lucro e riserva di voti in tempo di elezioni.

Questa è Agbogbloshie1, la discarica di rifiuti elettronici più estesa e tristemente nota del continente africano. E a cui nel tempo è stato dato il nome di Sodoma e Gomorra, risonanza biblica che parla di “peccati”, smoderatezza, perdita di dignità. Qui tutto è eccessivo. Eccessiva è la quantità di rifiuti di ogni genere; eccessivo è il numero di persone che ci vive; eccessivo è l’odore pungente e – naturalmente – l’inquinamento provocato dal fumo continuo di materiale bruciato per ricavarne ogni piccola parte rivendibile. Ed eccessivo è persino l’interesse di media, ong, fondazioni. Sproporzionato rispetto ai risultati, perché le parole e le energie – anche finanziarie – spese qui sarebbero state sufficienti a cambiare questa realtà assai prima che incancrenisse.

Agbogbloshie è ad Accra, capitale del Ghana. Quello stesso paese considerato un modello per i risultati economici degli ultimi anni, per la sua democrazia basata sull’alternanza, per l’accoglienza agli investitori stranieri che qui hanno trovato stabilità e condizioni favorevoli per le proprie imprese. Situata in un sobborgo della capitale, a due passi da grandi arterie, mercati, centri istituzionali e banche, Agbogbloshie rappresenta un grande buco nero. Un luogo dove tutto è possibile e illegalità e rischio sono la norma. Qui approdano ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di e-waste (impossibile fornire una cifra precisa). Computer, stampanti, televisori, fornetti elettronici, frigoriferi, cellulari. Roba ormai inutile secondo chi la butta via. Condemned things, come la definiscono qui, e anche questo è un termine preso in prestito dalla Bibbia. Arrivano dall’Europa – compresa l’Italia – dagli Stati Uniti, da paesi cosiddetti avanzati che, però, non riescono a smaltire questi oggetti di consumo in modo adeguato e seguendo le regolari procedure.

A inviarli sono aziende, imprese, ma anche organizzazioni non governative che hanno fatto negli anni la loro parte inviando computer usati per ridurre il gap tecnologico, ma aumentando la mole di rifiuti hi-tech. Sono oggetti che rientrano nella categoria di “rifiuti pericolosi” e che quindi, secondo la Convenzione di Basilea (il principale trattato internazionale per la regolamentazione dei movimenti di rifiuti pericolosi fra le nazioni), sarebbe vietato spedire nei paesi in via di sviluppo. Ma quella stessa convenzione ne permette l’esportazione per la riparazione e il riuso. E così avviene. Ogni settimana decine di container contenenti questa merce arrivano nel porto di Tema, grande centro a circa 30 chilometri dalla capitale. False etichette per indicare che si tratta di beni di “seconda mano”, e una catena di corruzione sistematica rende possibile lo scarico anche di quegli oggetti che sono, in realtà, in massima parte inutilizzabili. Frigo, pc, cellulari e quant’altro, rimessi in vita, arrivano nelle case dei ghaneani, quelli che non possono permettersi di acquistare un prodotto nuovo, o nei tanti negozietti sparsi dappertutto. Il resto finisce a Sodoma e Gomorra. Il fatto è che anche gli oggetti di seconda mano rimessi in circolazione avranno vita breve e finiranno nella stessa discarica. Pezzi inutili per chi se ne libera, utilissimi per chi li smantella – e a mani nude – nella discarica. E utilissima per chi di questa discarica ha fatto il proprio, lucrativo business.

Sì, perché il mondo di Agbogbloshie si distingue tra i disperati e gli speculatori. E tra questi c’è l’apparato politico, i capizona, quelli che negli anni hanno venduto pezzi di terra in quest’area, persino – forse inconsapevolmente – alcune organizzazioni benefiche. E quelli che qui vengono solo perché attirati dal desiderio di vedere da vicino questo luogo, incrementando così quella che è stata definita la “pornografia della povertà”.

Come nasce

Ma andiamo con ordine. Come nasce Agbogbloshie? Pare che nei tardi anni ’70 l’allora presidente del paese Hilla Limann avesse messo a disposizione una piccola area a donne del nord per gestire un mercato di yam, il tubero, ricco di amido, utilizzato come alimento. Da un lato un modo per offrire una possibilità di lavoro a persone provenienti da una delle regioni che, ancora oggi, rimane la più povera del paese; dall’altro per stemperare tensioni sociali tra le varie etnie del nord. Tensioni che nel corso degli anni si sono sopite o acuite a seconda del momento. Una delle più serie – allora era presidente Jerry Rawlings – fu quella definita la “guerra delle faraone”, tra i konkomba e i nanumba, scoppiata per dispute relative agli spazi di allevamento. Anche in questo caso Agbogbloshie servì come offerta per dividere i contendenti e dare loro della terra su cui vivere nella capitale. Una sorta di ammortizzatore sociale che negli anni, però, si sarebbe rivelato un dramma.

Quella che in origine era un’area lagunare – Korle Lagoon – cominciava a trasformarsi e a diventare luogo di mercati e alloggi precari, realizzati soprattutto nel grande slum Old Fadama – fogne a cielo aperto, senz’acqua e allacci di luce abusivi – nato di fronte a quella che pian piano stava diventando la più grande discarica di e-waste africana. A dividere le due aree – discarica e slum – il fiume Odaw, ormai soffocato da pile di rifiuti, che dopo pochi metri si getta nel Golfo di Guinea.

Terra di diseredati e rifugiati

Nel tempo è stato costante l’aumento della popolazione di Agbogbloshie. Non più solo proveniente dalle aree settentrionali del Ghana. Negli ultimi anni nello slum – e nella discarica – sono arrivati a cercare l’ultimo rifugio diseredati e rifugiati dal Niger, Togo, Burkina Faso e Nigeria. Persone che non hanno nulla e nulla hanno da perdere. Certo, l’attività più nota è quella di rottamazione degli oggetti elettronici e hi-tech, ma la criminalità legata allo spaccio è molto alta, genera guadagni e lotte tra bande rivali. Qui non c’è solo la marijuana, ma circolano tanta cocaina e pillole varie, la cui potenza e il costo sono indicati da numeri: 250, 400, 500. Ad approvvigionarsi a questo mercato non sono certo solo i poveri cristi: La clientela che paga bene arriva da fuori, spesso veste in giacca e cravatta o ha una divisa, e manda dei “segretari” a fare l’acquisto. Ovvio che di tanto in tanto, per accaparrarsi territori e guadagni, scoppino risse, anche mortali. Qui li chiamano town boys e spesso si spostano all’esterno per continuare affari illeciti, comprese rapine a mano armata. Niente può (o poco fa) la polizia della stazione proprio a pochi passi da Sodoma e Gomorra.

Agbogbloshie è anche una riserva di denaro per i capi locali e i loro rappresentanti che rivendicano la proprietà della terra su cui si trovano lo slum e la discarica. Diversamente la pensa il governo, che ritiene che l’area appartenga allo stato. E diversamente la pensano gli abitanti di Old Fadama che, intanto, hanno continuato, lamiera su lamiera, a espandersi. Alcune aree, però, sono rimaste libere e gli intermediari le hanno vendute al miglior offerente. È il caso del pastore/imprenditore Otabil Mensah che vi ha costruito la sua International Central Gospel Church. La divide dalla discarica un ingresso controllato e un ampio giardino con alberi e viali.

Miniera d’oro

Ma Agbogbloshie è conosciuta – dicevamo – soprattutto per il riuso, fino all’ultimo piccolo pezzo riciclabile, della merce elettronica gettata via. Vista dal mondo occidentale come una discarica, in realtà qui viene considerata come una miniera d’oro. Il guadagno grosso non è quello di donne che riciclano la plastica, la dividono per colore, e poi la vendono a peso (guadagnando 2-3 euro al giorno); né dei bambini che a mani nude manipolano oggetti pericolosi per portare a casa, forse, un pasto al giorno. E il guadagno grosso non è nemmeno quello di uomini di venti, trent’anni che passano le loro giornate respirando i fumi di decine e decine di copertoni bruciati per “ammorbidire” gli oggetti metallici e poterli poi aprire e sezionare.

Dietro questa gente, ultimo anello di una catena di sfruttamento, ci sono quelli che sui rifiuti vivono e fanno affari. Ci sono quelli che vengono chiamati chairman o capital che equivalgono a una sorta di capizona, a cui tutto deve fare riferimento. A volte persino le donazioni di fondazioni e organizzazioni che dovrebbero essere ripartite sul territorio e utilizzate per progetti di salute, per esempio. Ci sono gli acquirenti che, per conto delle grandi aziende, arrivano ogni giorno ad Agbogbloshie a mani vuote e se ne vanno con camion carichi di ferro, alluminio, plastica, componenti interne. Alle donne, ai bambini e agli uomini che hanno fatto il lavoro sporco e pericoloso danno pochi spiccioli, ma le aziende li pagano venti-trenta volte tanto.

E poi che fine fa questo materiale “scomposto”? Poco rimane in aziende che operano in Ghana, la maggior parte viene riportato nel porto di Tema e ricaricato (stavolta spezzettato) nei container. Pare che la destinazione principale sia la Cina.

Sovraffollato

Nessuno sa davvero quanta gente viva a ridosso della discarica e nello slum. Alcune stime parlano di 100mila persone; altre dicono che siano almeno il triplo. In realtà da qui transitano quelli che non hanno altra scelta. Qualcuno, però, riesce a mettere da parte qualcosa e a mandare soldi a casa. Ma sono soprattutto le donne sole a vivere il disagio più grande, donne e ragazze giovanissime con figli che non sanno chi è il loro padre. La prostituzione infantile è a livelli incredibili con bambine di 11- 12 anni che accettano di fare sesso anche solo per 2 cedi (meno di 40 centesimi) se quel giorno non hanno guadagnato nient’altro. In questa situazione gli aborti sono tantissimi, provocati con tecniche arcaiche e spesso mortali.

I tentativi di smantellare quest’area sono stati molti, finiti tutti in bolle di sapone. Quello più concreto riguardò la costruzione di un grande mercato a Nsawam, tra Greater Accra e Eastern Region dove spostare le donne e le attività di vendita che nel frattempo si sono sviluppate attorno alla discarica, nello slum e nei mercati adiacenti. Ma la costruzione è rimasta vuota, nessuno ha voluto spostarsi in quello che, rispetto ad Accra, è un piccolo villaggio. Nonostante questo fallimento, nel periodo elettorale si scatena la caccia ai consensi e partono soldi e promesse. Così Agbogbloshie torna utile anche in questo senso.

“Piombati”

Intanto l’area affoga nei liquami e nell’inquinamento. I livelli di arsenico, diossina, mercurio sono altissimi. Quello del piombo, per fare un esempio, è stato calcolato 45 volte più alto del limite consentito. Sono dannosi elementi chimici che vengono toccati e respirati ogni giorno, che si infiltrano nel terreno, che arrivano nelle acque e nel mare. Spesso agenzie di ricerca, ong e associazioni organizzano studi e presentano progetti, laboratori, iniziative. Come quello di fornire guanti e altre protezioni a chi smantella questi oggetti tutto il giorno. Cose che durano poche settimane, addirittura pochi giorni.

Poi la novità scompare come scompaiono i “benefattori” e i “curiosi” di Agbogbloshie, e tutto torna come prima. Peggio di prima, perché questa è una gallina dalle uova d’oro, dove a lucrare sono in molti, ma certo non i disperati dell’ultimo gradino della scala sociale.

Gli slum africani

Morire di rifiuti

Non solo rifiuti elettronici e non solo Ghana. Quando si parla di rifiuti e di modalità di smaltimento si deve fare riferimento a realtà di diverso tipo. A cominciare dagli slum. Spesso adiacenti a una discarica, come appunto il caso di Old Fadama ad Accra. Si tratta di insediamenti spontanei, sorti molto spesso nelle capitali a ridosso di grattacieli, grandi centri commerciali, moschee, chiese e, appunto, discariche. Qui migliaia di persone vivono senza spazi, scuole, servizi igienici, acqua, di solito nei pressi di fiumicelli trasformati in toilette all’aperto. Vivono sulla immondizia e a volte ne muoiono.

Da quello di Nima ad Accra a quello di Kibera a Nairobi; da Ajegunle in Lagos a Clara Town in Liberia; da Kennedy Road a Durban a Cazenga in Angola. Ed è un elenco che potrebbe continuare. In questi luoghi si vive ai limiti della dignità umana, in un circolo vizioso di sopravvivenza quotidiana con ogni mezzo e a qualunque prezzo. Anche a prezzo della vita.

Recentemente 46 persone, bambini inclusi, sono morti a causa di una frana di rifiuti che si è abbattuta su una vasta discarica dove decine di famiglie vivono, in baracche di fortuna, cercando tutto il giorno tra la spazzatura rottami da rivendere. È accaduto in Etiopia, a Koshie, una delle più grandi discariche del paese, nella capitale Addis Abeba. Stessa sorte per una ventina di abitanti/lavoratori della discarica di Hulene a Maputo, capitale del Mozambico. Anche qui, morti travolti da una massa di rifiuti crollati a seguito delle piogge incessanti.

Nonostante ciò, discariche incontrollate continuano a crescere e moltiplicarsi. Come a Lagos, in Nigeria, dove i 100 acri iniziali di Olosusun si sono estesi così tanto da toccare il centro della città, con intorno un ospedale, una scuola primaria e moltissime abitazioni. Tutti ormai abituati all’odore acre di rifiuti organici, ma anche plastica e rifiuti speciali che bruciano per lasciare il posto ad altri cumuli.

Si può morire travolti da tonnellate di immondizia, ma si può morire anche silenziosamente: respirando ogni giorno aria malsana, bevendo acqua inquinata, mangiando cibo contaminato. Secondo stime delle Nazioni Unite, entro il 2030 metà della popolazione africana vivrà nelle capitali o nelle grandi città, ma i due terzi di coloro che si sposteranno dalle aree rurali finiranno negli slum. Oggi a vivere in questi ghetti nell’Africa subsahariana è il 59% della popolazione urbana.

Sommersi da rifiuti elettronici

Spazzatura che vale 55 miliardi di dollari

Nel 2016 in tutto il mondo si sono prodotti 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Di questi, solo il 20% sono stati riciclati con un metodo adeguato, nonostante il 66% della popolazione mondiale possa fare rifermento a legislazioni accurate in materia di riciclaggio e smaltimento dell’e-waste. Vuol dire che l’80% dei rifiuti elettronici viene dismesso, e in modo illegale e insicuro. È quanto si legge in The global e-waste monitor 2017, lo studio più accurato e recente sul tema.

La regione che ha generato finora la più grande mole di e-waste è l’Asia (18,2 milioni di tonnellate), seguita dall’Europa (12,3) e dalle Americhe (11,3). L’Africa ne produce solo 2,2 milioni di tonnellate. Eppure è in questo continente che va a finire gran parte dei rifiuti elettronici non smaltiti nei paesi di origine. In Ghana, per esempio, ma anche in Nigeria dove un recente studio ha reso noto che nel 2015-2016 il paese ha importato il 77% di Ueee (Used electric and electronic equipment) da stati dell’Unione europea. E tutta questa spazzatura elettronica ha un valore monetario, pari a 55 miliardi euro. Questo valore è dato dal fatto che i rifiuti elettrici ed elettronici non possiedono solo elementi chimici dannosi per la persona e l’atmosfera (quando non smaltiti in modo corretto), ma contengono anche materiali preziosi come oro, platino, argento, rame e materiali pesanti o ingombranti come ferro, alluminio e plastica facilmente riciclabili e rivendibili sul mercato.

Negli anni la mole di e-waste non andrà a diminuire: si calcola che già entro il 2021 ce ne saranno 52,2 milioni di tonnellate con una crescita annuale dal 3 al 4%. I motivi sono diversi, a cominciare da una perversa legge di mercato che va sotto il nome di obsolescenza programmata che prevede una durata – programmata appunto – per elettrodomestici e oggetti elettronici, dopodiché sono da buttare.

C’è poi il continuo aggiornamento di smartphone e computer che, soprattutto i primi, diventano superati e obsoleti dopo pochi anni e vanno sostituiti. C’è anche la vanità, certo, di possedere oggetti di ultima generazioni che fanno gettare via i vecchi anche se sono ancora perfettamente funzionanti. A tutto questo si lega l’enorme sviluppo di internet e la diffusione dei cellulari. Almeno mezzo miliardo di persone usa la rete in Africa e almeno 960 milioni sono i possessori di cellulare.

Tutto questo si unisce al miglioramento delle condizioni di vita. Tutti aspirano a un televisore, a un frigorifero, a un ventilatore. E chi non può permetterselo nuovo (tra l’altro quelli nuovi provenienti dalla Cina hanno spesso durata anche inferiore a quelli usati) cerca quelli di seconda mano. Non importa quanto durerà e se poi andrà a finire ad Agbogbloshie. Perché anche in Africa cellulari, frigoriferi, computer sono ormai dannatamente indispensabili.

1 Articolo uscito nella rivista Nigrizia, maggio 2018

1 Articolo uscito nella rivista Nigrizia, maggio 2018

Antonella Sinopoli

Antonella Sinopoli, giornalista, blogger, videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive soprattutto di Africa, diritti umani, questioni sociali, giornalismo e comunicazione

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