Per fare un albero, ci vuole una donna

Valentina Donzellini

Traduction de Jean Tonglet

Traduction(s) :
Pour faire un arbre, il faut une femme

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Valentina Donzellini, « Per fare un albero, ci vuole una donna », Revue Quart Monde [En ligne], 225 | 2013/1, mis en ligne le 29 mai 2020, consulté le 22 octobre 2020. URL : https://www.revue-quartmonde.org/8230

L'Africa di Wangari Maathai è l'Africa della lotta alla deforestazione in Kenya. La lotta in cui mobilita le donne in particolare su più fronti, nella convinzione che l'equilibrio ecologico e la costruzione della pace sono strettamente intrecciati.

Nel corso dell'ultimo secolo più della metà delle foreste dell'Africa è stata distrutta; in Kenya circa il 30% del territorio è coperto da terreni boscosi, ma soltanto il 3% è occupato da foreste umide naturali e ogni anno, soprattutto nella zona centrale del Paese, ettari di verde vengono abbattuti.

Da territorio ideale per l'agro-foresta1 a terra di deforestazione selvaggia, oggi il Kenya deve fare i conti con varie problematiche socio-ambientali: meno umidità e meno pioggia, avanzamento del deserto da Nord ed erosione del suolo, innumerevoli carestie agricole e maggiore competizione e tensione tra tribù pastorali e agricole. Così alberi centenari vengono abbattuti per ricavarne legna da ardere, materiale da costruzioni o risorsa per ingenti esportazioni; ma quando si abbatte una foresta l’ecosistema originale, e con esso la sua biodiversità, non è più ricostruibile. L’habitat naturale viene stravolto e gli animali sono spinti a invadere le shamba2, causando l'inevitabile insofferenza dei contadini.

Una donna si mobilita contro il saccheggio delle foreste

Quando al governo sedeva Moi3 il Paese fu sconvolto, anche nella sua bellezza naturale, dalla brama economica e dalla corruzione; alberi e santuari naturali, sui quali si fonda la storia dei popoli kenioti4, furono sradicati e foreste intere, già patrimonio dell'umanità, deturpate. Negli ultimi anni di regime Moi, alla vigilia delle elezioni del 2002, la deforestazione veniva attuata con il pretesto di dare le terre ai contadini più poveri ; questi, costretti a un acquisto illegale, dopo poco tempo vedevano strapparsi le stesse terre dalle autorità che se ne riappropriavano basandosi sull'illegalità dell'atto. Mentre Moi vendeva tutte le risorse naturali del Paese, abbatteva quasi tutte le foreste pluviali e allontanava con la forza il genere femminile dalla politica ; una donna, Wangari Maathai, insegnava come raccogliere i semi e farli seccare per impiantarli nei vivai, suggeriva ai contadini il tempo ideale per la semina, insegnava che la possibile combinazione delle coltivazioni con la foresta permetteva alle donne di non macinare ogni giorno decine di chilometri alla ricerca di legna da ardere.

Attraverso progetti "dal basso verso l'alto".....

Wangari Muta Maathai, nata nell'aprile 1940 da una famiglia modesta nella cittadina keniota di Nyeri, è stata la prima donna dell'Africa orientale a ottenere un dottorato di ricerca in biologia negli Stati Uniti e la prima a guidare un dipartimento universitario in Kenya, dove iniziò a fare ricerca in medicina veterinaria all’Università di Nairobi ; malgrado lo scetticismo e l’opposizione degli allievi e della facoltà tradizionalmente maschili. Iniziò la sua “missione” occupandosi dei più poveri, creando progetti dal basso, comunitari, per offrire occupazione e allo stesso tempo migliorare l'ambiente. Le sue idee e le sue scelte le costarono il divorzio dal marito, che la lasciò perché “troppo istruita, troppo forte, troppo testarda e fuori controllo”.

Che rafforzano la capacità di agire delle donne

Wangari Maathai, in occasione dell' Earth Day (Giornata della Terra) del 1977, piantò sette alberi nel proprio giardino, dando così inizio al movimento ambientalista di base che in seguito sarebbe diventato famoso con il nome di Geen Belt Movement. Il Movimento della Cintura Verde, sotto l'auspicio del Consiglio nazionale delle donne del Kenya, iniziò con il rispondere alle esigenze delle donne rurali del Paese che lamentavano un forte calo della produttività agricola e un insicuro approvvigionamento di cibo e legna. L'obiettivo principale di questa campagna consiste, ancora oggi, nel sensibilizzare le donne, che in Africa costituiscono l'80% dei coltivatori, sullo stretto legame che intercorre tra erosione dei suoli, malnutrizione e malattie; incoraggiando allo stesso tempo ogni singola persona a piantare alberi e a creare vivai per proteggere l'ambiente e ridurre l'erosione del suolo. Il Movimento auspica una società basata sui valori delle persone che consapevolmente lavorano per un continuo miglioramento delle loro condizioni di vita, per un futuro più verde e più pulito ; facendo emergere l'empowerment delle donne.

Chiave dello sviluppo è, sempre, la formazione. L'educazione popolare delle donne dei villaggi, che fino ad allora avevano percepito l’uso delle foreste nazionali come affare esclusivamente politico, ha permesso di comprendere che i polmoni verdi andavano rivendicati. La professoressa, e tutti gli attivisti del Movimento, attuano da sempre campagne di sensibilizzazione alla sicurezza alimentare nei villaggi, attraverso le quali insegnano a ricostituire le colture agricole locali impiegando metodi organici e sostenibili e reintroducendo la tradizione degli orti.

Battaglie su più fronti

Molte sono state le battaglie di Wangari Maathai. Nei primi anni '90 contestò un progetto governativo per la costruzione di un grattacielo di 60 piani nel Parco di Uhuru; il Presidente Moi reagì con la forza, denigrandola e definendola una minaccia per l'ordine e la sicurezza del Paese. Nel 1999 fu duramente picchiata dalla polizia mentre piantava alberi nella foresta di Karura, suscitando numerose proteste delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Wangari Maathai si candidò diverse volte in parlamento, ma riuscì a entrarvi nel 2002 quando il partito di Moi passò all'opposizione. Tra il 2003 e il 2005 fu nominata viceministro per l'Ambiente nel governo del presidente Mwai Kibaki.

“La madre degli alberi” non si è battuta solo per l'ambiente, ma anche per la democrazia e i diritti delle donne, nel 2004 ottenne il Premio Nobel per la Pace per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace. Fu la prima donna africana insignita del Premio. Nel 2006 è stata una delle fondatrici della Nobel Women's Initiative (l'iniziativa delle Donne Nobel) insieme a Jody Williams, Shirin Ebadi, Rigoberta Menchù Tum, Betty Williams e Mairead Corrigan Maguire; sei donne che oltre a rappresentare Nord e Sud America, Europa, Medio Oriente e Africa, hanno deciso di utilizzare la visibilità e il prestigio del Premio Nobel per promuovere, riflettere e amplificare il lavoro degli attivisti per i diritti delle donne, dei ricercatori e delle organizzazioni che si occupano di violenza di genere. Dal 1977 a oggi in tutto il Kenya sono stati piantati più di 40 milioni di alberi e il Movimento si è esteso fino a coinvolgere una trentina di Paesi africani. La professoressa ha lottato per molte cause : contro la deforestazione, l’erosione del suolo, la desertificazione, l’inquinamento delle acque e ancora contro la povertà, la fame, la schiavitù e l'oppressione delle donne ; l'ultima è stata quella contro la malattia, che l'ha spenta il 25 settembre 2011 a Nairobi.

Per la costruzione di un'altra Africa

Wangari Maathai è l'esempio di come lo sviluppo e l'innovazione partano dalla consapevolezza e dalla partecipazione attiva delle persone e di come le donne possano contribuire al cambiamento e allo sviluppo di un Paese. Ancora una volta il ruolo delle donne è centrale per gettare le basi per un'altra Africa. “Tutte le guerre si sono combattute e si combattono per accaparrarsi le risorse naturali che stanno diventando sempre più scarse in tutto il globo. Se veramente ci impegnassimo a gestire queste risorse in modo sostenibile, il numero dei conflitti armati diminuirebbe di certo. Preoccuparsi per la protezione dell’ambiente e lottare per l’armonia ecologica sono modi diretti di salvaguardare la pace”. (Wangari Maathai, 2004)

1 L’agroforesta consiste nel piantare alberi a una distanza sufficiente per far passare tra loro le macchine agricole, permettendo così di coltivarvi

2 Shamba, in lingua swahili, significa piccolo appezzamento di terra utilizzato per le colture di sussistenza e alberi da frutto.

3 Alla morte del padre dell'indipendenza, Jomo Kenyatta, prese le redini del Paese Daniel Arap Moi, nel 1978, governò per 25 anni instaurando un

4 Il popolo Kikuyu (abitanti della zona che circonda il Monte Kenya), ad esempio, ha come albero sacro il Figtree. La leggenda narra che il capo della

Bibliografia generale:

AA. VV., The Traditional Music & Cultures of Kenya, in www.bluegecko.ork/kenya.

D. E. Rocheleau, B. P. Thomas-Slayter, E. Wangari, Feminist Political Ecology: Global Issues and Local Experience, London, Routledge Press, 1996.

K. Kennedy, Speak truth to power: coraggio senza confini, Roma, Robert F. Kennedy Foundation of Europe Onlus, 2000.

M. J. Breton, Women Pioneers For The Environment, Northeastern University Press, 1998.

W. Maathai, La religione della Terra, Milano, Sperling & Kupfer, 2011.

W. Maathai, La sfida per l'Africa, Modena, Nuovi Mondi, 2010.

W. Maathai, Solo il vento mi piegherà, Milano, Sperling & Kupfer, 2007.

Sitografia:

http://nobelwomensinitiative.org/

http://www.unimondo.org/

http://www.greenbeltmovement.org/

http://www.wedo.org/

1 L’agroforesta consiste nel piantare alberi a una distanza sufficiente per far passare tra loro le macchine agricole, permettendo così di coltivarvi mais o legumi nello stesso arco di tempo. E’ un ciclo della durata di 5 anni, ed era largamente praticata dai coloni inglesi che con questo sistema hanno verdeggiato il Kenya con piante non autoctone in pochi anni.

2 Shamba, in lingua swahili, significa piccolo appezzamento di terra utilizzato per le colture di sussistenza e alberi da frutto.

3 Alla morte del padre dell'indipendenza, Jomo Kenyatta, prese le redini del Paese Daniel Arap Moi, nel 1978, governò per 25 anni instaurando un regime autoritario caratterizzato dalla corruzione, dalla crisi economica e dalla repressione del dissenso. La siccità che colpì il Paese negli anni 1999-2000 e gli attacchi terroristici all'ambasciata americana nel 1998 e nel 2002, a Mombasa, accompagnarono la fine di Moi, succeduto da Mwai Kibaki.

4 Il popolo Kikuyu (abitanti della zona che circonda il Monte Kenya), ad esempio, ha come albero sacro il Figtree. La leggenda narra che il capo della comunità aveva nove figlie da sposare, sotto consiglio divino sacrificò il suo capretto più bello sotto il Figtree. Ai piedi dell’albero trovò nove giovani maschi, tutte le figlie si sposarono e andarono a vivere in zone diverse del Paese, dando origine ai nove gruppi etnici Kikuyu.

Valentina Donzellini

Valentina Donzellini nasce il 4 luglio 1986. Nel 2011, presso l’Università degli Studi di Genova, svolge un tirocinio di ricerca in Geografia sociale inerente le politiche sociali e gli indicatori di genere nell’Africa sub-sahariana. I suoi interessi per l’Africa si fanno maggiormente concreti quando si reca in Kenya per un’ulteriore ricerca su campo. Nel marzo 2012 consegue la Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche discutendo una tesi dal titolo “La condizione della donna nell’Africa sub-sahariana. Un progetto su campo in Kenya”. È attualmente socia attiva di UN Women (Ente  delle Nazioni Unite per l'Uguaglianza di Genere e l'Empowerment Femminile) Italia.

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