La dimenzione "capitale" della povertà

Luigino Bruni

Translated by Alain Savary

p. 55-59

Translation(s):
La dimension « capital » de la pauvreté

References

Bibliographical reference

Luigino Bruni, « La dimenzione "capitale" della povertà », Revue Quart Monde, 238 | 2016/2, 55-59.

Electronic reference

Luigino Bruni, « La dimenzione "capitale" della povertà », Revue Quart Monde [Online], 238 | 2016/2, Online since 01 December 2016, connection on 26 October 2020. URL : https://www.revue-quartmonde.org/8250

Questo articolo di Luigino Bruni riprende la sua prefazione all'edizione italiana della raccolta di testi "Rifiutare la povertà: un pensiero politico nato dall'azione", Jaca Book, Milano, 2014.

In nessun momento – credo di poterlo dire – le università si sono dette che l’inefficacia politica delle loro ricerche avrebbe potuto essere attribuita al fatto che la conoscenza così costruita era una conoscenza istruttiva, ma non necessariamente convincente, e che la parte supplementare suscettibile di convincere non poteva essere apportata dal ricercatore universitario stesso, ma unicamente dai poveri e dagli uomini di azione

Padre Joseph Wresinski

I classici sono quegli autori sempre attuali, poiché avendo toccato le profondità dell’animo umano e della vita ci parlano sempre, ovunque, oggi. Non esistono solo i classici della lettura, della filosofia o dell’arte; esistono anche i classici dell’umano, quelle persone che esercitano un magistero su una o più dimensioni dell’umanità, un magistero che va oltre il loro tempo storico. Un classico, poi, è qualcuno che non può essere ignorato da chi oggi vuole studiare un tema o un ambito (non si può sperare di conoscere e di innovare la poesia italiana senza conoscere Leopardi, o il genere letterario ‘romanzo’ senza aver studiato a fondo Il conte di Montecristo di A. Dumas).

I classici dell’umano sono persone portatrici di un carisma, cioè di un dono di ‘occhi diversi’ sul mondo che consente loro di vedere diversamente e di più. E così essere capaci di vedere valori dove gli altri vedono disvalori, benedizioni nelle ferite, il risorto nel crocifisso.

Padre Joseph Wresinski è un classico della povertà, in tutti i sensi della parola classico che ho appena delineato. Nel ‘pianeta’ povertà ha toccato profondità assolute dell’animo umano e della vita, e chiunque oggi voglia veramente capire e ‘curare’ le povertà, deve – o dovrebbe – conoscere il suo pensiero e la sua azione. In particolare padre Joseph Wresinski è un classico della povertà nell’età moderna e contemporanea, dove le povertà sono sempre più numerose e diverse, che richiedono una visione in buona parte diversa da quella sviluppata dal pensiero classico cristiano e occidentale. Ai classici, lo sappiamo, non si possono scrivere Introduzioni o Prefazioni. Per farlo dovremmo essere grandi almeno come loro. Per scrivere una vera Introduzione a padre Joseph Wresinski ci sarebbe bisogno di Gandhi, Dorothy Day, Don Milani, altri classici della povertà nella modernità. Noi possiamo solo scrivere qualche ‘nota a pie di pagina’, come omaggio e riconoscenza al magistero di questo gigante della povertà, e quindi della vita.

La povertà è una dimensione essenziale della condizione umana, è una "parola prima" della vita di tutti. Un errore grave della nostra civiltà è considerarla un problema tipico di alcune categorie sociale o popoli, che di volta in volta diventano gli "appaltatori" della povertà. E così vorremmo immunizzarci sempre più dai poveri, espellendoli, come capro espiatorio, fuori dai confini della nostra convivenza civile. Non conosciamo più la povertà e non la riconosciamo, perché ci siamo dimenticati che nasciamo nella povertà assoluta e che termineremo la vita in una povertà non meno assoluta. Tutto questo era ben chiaro a padre Joseph Wresinski, e lo aveva ricevuto come carisma-dono, e lo ha appreso durante tutta la sua intera esistenza. Se guardiamo bene dentro di noi e nelle pieghe della storia ci accorgiamo che la nostra intera esistenza è una tensione tra il volere accumulare ricchezze che colmino questa indigenza antropologica radicale (la penia dei greci), e la consapevolezza, che cresce con gli anni quando la vita funziona, che l'accumulo di merci e denaro è solo una risposta parziale, e nell'insieme insufficiente, al bisogno di ridurre le vere vulnerabilità e fragilità dalle quali proveniamo, per sperare di sconfiggere la morte. Una consapevolezza che è massima quando (e se) pensiamo a come termineremo la nostra esistenza, nudi come vi siamo venuti entrandovi, quando le ricchezze e i beni passeranno, e di noi resterà – se resterà – altro. C'è questa intuizione dietro la scelta di chi decide di diminuire denaro e merci perché scopre che la decrescita di alcune ricchezze consente la crescita di altri beni generati da quella nuova e diversa povertà scelta. È questo l'itinerario spirituale ed etico di Gesù Cristo1 e, poi, fatto proprio da Francesco, da Gandhi, da Simone Weil, da padre Joseph Wresinski e da tanti altri giganti di umanità e di spiritualità che con la loro povertà scelta hanno arricchito, e continuano ad arricchire, la vita sulla terra, soprattutto la vita di milioni e milioni di poveri che la povertà non l'hanno scelta, ma solo subita dalle circostanze della vita, e dagli altri. Accanto a questi grandi amanti della povertà-liberante e profetica, stanno molti altri uomini e donne, di ieri e di oggi (e di domani). Molti li troviamo tra i poeti, le suore, i missionari, i cittadini responsabili, persino tra i giornalisti, gli imprenditori e i politici. Molti li troviamo nel movimento Quarto mondo, di padre Joseph Wresinski.

Senza scegliere di diventare poveri di potere, di ricchezze, di se stessi, non si possono condurre lunghe ed estenuanti lotte di giustizia, che possono portare anche a dare la vita, persino a morire, per quegli ideali. Solo questi poveri possono donare la loro vita per gli altri, perché non la considerano un geloso possesso. Chi non è capace di donare la propria vita per gli ideali in cui crede, considera ben poca cosa quegli ideali e la propria vita. Qualcosa della complessa semantica della povertà ce la dischiude oggi l'economista iraniano Majid Rahnema, quando in una sua bella pagina distingue tra diverse forme di povertà2: Ed è qui che si apre un discorso cruciale sulle povertà, troppo taciuto oggi, ma molto chiaro al Movimento Quarto mondo. La povertà-miseria (ad esempio le ultime quattro forme di Rahnema), quella che dovremmo presto estirpare dal pianeta, è prima di tutto un'assenza di "capitali" che impedisce la generazione di "flussi" (tra cui il lavoro e il suo buon reddito) che ci consentono poi di svolgere attività fondamentali per vivere una vita degna, e magari bella. Se guardiamo le tante, crescenti, forme di povertà non scelta e subita nelle quali si trovano intrappolate le persone (ancora troppe nel mondo, e ancora troppe donne, troppi bambini, tantissime bambine), ci accorgiamo, o dovremmo accorgerci, che le situazioni di indigenza, precarietà, vulnerabilità, fragilità, insufficienza, esclusione sono il frutto della mancanza di capitali non solo e non tanto finanziari, ma relazionali (famiglie e comunità spezzate), sanitari, tecnologici, ambientali, infrastrutture, sociali, politici, e ancor più educativi, morali, motivazionali, spirituali; carestie di philia, soprattutto di agape. E’ a questo livello che scatta il ‘circolo vizioso della povertà’ di cui parla padre Joseph, e ne parlava ben prima delle sofisticate analisi degli economisti di oggi.

Solo se consideriamo la natura ‘capitale’ della povertà possiamo capire la grande importanza che Padre Joseph attribuiva all’educazione dei poveri, allo sviluppo del loro capitale umano – come emerge con forza e profezia soprattutto nella prima parte di questo libro. Ma non si capisce neanche il suo ‘grido’ per inserire la povertà (i poveri) all’interno dell’intelligenza del mondo e della ricerca scientifica migliore: “Il povero che non sarà stato introdotto nell’intelligenza degli uomini non sarà introdotto nelle loro città”(p. 4). Per comprendere allora quale tipo di povertà sperimenta una persona che viene definita povera (perché possiede meno di uno o due dollari al giorno), sarebbe fondamentale guardare ai suoi capitali, e a se e come quei capitali diventano flussi. E a quel livello intervenire. Potremmo così scoprire – se guardiamo bene – che vivere con due dollari al giorno in un villaggio con acqua potabile, senza malaria, con una buona scolarizzazione di base, è una povertà molto diversa da quella in cui si trova chi vive con due (o anche 5) dollari al giorno, ma che questi capitali non possiede, o ne possiede di meno. Come ci sta insegnando da decenni l'economista e filosofo indiano Amartya Sen, la povertà (miseria) consiste nel non essere nelle condizioni – anche sociali e politiche – di poter sviluppare le proprie potenzialità, che così restano incagliate in capitali troppo bassi, che impediscono che il viaggio della vita sia lungo abbastanza, non troppo accidentato e doloroso. Quindi la povertà, ogni povertà, è molto di più, e qualcosa di diverso, dall'assenza di denaro e di reddito, come possiamo vedere anche nei casi drammatici quando perdiamo il lavoro e non ne troviamo un altro perché non siamo in possesso di "capitali" che sarebbero fondamentali (non solo un'istruzione alta, ma anche l'aver appreso negli anni giusti un mestiere). Tutto questo padre Joseph lo sapeva bene per ‘carisma’, prima di Sen, e cercava di creare una vera e propria cultura sociale e politica adeguata a capire la povertà, e poi ad agire.

I capitali delle persone e dei popoli, quindi le ricchezze e le povertà, sono sempre intrecciati fra di loro. Alcuni capitali, ricchezze e povertà, sono più decisivi per la fioritura umana, ma, tranne casi estremi (anche se rilevantissimi), nessuno è povero al punto di non avere anche qualche forma di ricchezza, di valori, di valore e di conoscenza. Questo è un punto centrale nel magistero di padre Joseph: “La conoscenza che possiedono i poveri, gli esclusi, i quali vivono, dall’interno, contemporaneamente, la realtà della propria condizione e la realtà del mondo che la impone loro” (p. 30). Questo intreccio di ricchezze e di conoscenze diverse fa del mondo un luogo forse meno ingiusto di quanto sembri a prima vista, stando però sempre molto attenti a non cadere nella "retorica della povertà felice", che spesso si rintraccia in chi loda indigenze di altri stando comodamente in ville lussuose, o passando con auto blindate nelle periferie delle città del Sud del mondo in forme – a volte equivoche – di "turismo sociale". Prima di poter parlare della povertà bella occorre guardare bene negli occhi quelle brutte, e possibilmente assaggiarne qualche boccone. Ma la consapevolezza del rischio, sempre reale, di cadere nella retorica borghese della lode della bella povertà (quella di altri, mai conosciuti né toccati), non deve spingersi fino a cancellare una verità ancora più profonda: ogni processo di uscita da trappole di miseria e di indigenza comincia sempre dal valorizzare quelle dimensioni di ricchezza e di bellezza presente in quei "poveri" che si vorrebbero aiutare. Perché quando non si parte dal riconoscimento di questo patrimonio spesso sepolto ma reale, i processi di sviluppo e di "capacitazione" dei "poveri" sono inefficaci se non dannosi, perché manca la stima dell'altro e delle sue ricchezze, e quindi l'esperienza della reciprocità delle ricchezza e delle povertà. Ci sono molte povertà dei "ricchi" che potrebbero essere curate dalle ricchezze dei "poveri", se solo si conoscessero, si incontrassero, si toccassero. E se non ricominceremo a conoscere e riconoscere la povertà, tutte le povertà, non potremo tornare a fare buona economia, che risorge sempre dalla fame di vita e di futuro dei suoi poveri. Se allora le povertà (miserie) e le ricchezze (buone) sono faccende primariamente di capitali, dobbiamo essere consapevoli che anche quando da “ricchi” sentiamo un bisogno profondo e radicale di comunione con i “poveri”, questa comunione non si raggiunge condividendo soltanto i flussi (denaro, redditi) perché la comunione vera dovrebbe avvenire a livello di capitali. Comunione è quindi condividere la vita. Al tempo stesso, anche quando fossimo capaci di condividere i nostri capitali, sappiamo che quelli più preziosi – essere nati in una famiglia che ci ha amati; essere cresciuti in Paesi e comunità dove abbiamo potuto studiare e formarci ecc. – possono essere condivisi solo in piccola parte, spesso davvero minima. non posso donare il mio dottorato a chi ne è privo, non posso donare la mia salute a chi non ce l’ha. Chi ama l’umanità e i poveri deve allora convivere con la sofferenza per l’iniquità della vita sulla terra, quella che nasce dal sapere che per quanta comunione si possa realizzare, alcune diseguaglianze di capitali sono destinate a durare anche oltre la comunione. E se non soffre per questo non è un vero amante del vero e dell’umano. Ma non dobbiamo perdere la speranza che questa iniquità e questo dolore possano essere ridotti se lavoriamo a tutti i livelli. Compreso quello politico, culturale ed istituzionale, come ben sapeva padre Joseph.

A distanza di qualche decennio dai discorsi di Padre Joseph raccolti in questo volume, oggi sappiamo che stanno aumentando le povertà “cattive” e diminuendo quelle “buone”. Ci stiamo impoverendo velocemente e male perché il deterioramento dei nostri capitali civili, educativi, relazionali, spirituali, pubblici ha superato un punto critico, innescando una reazione a catena, aumentando i ‘circoli viziosi delle povertà’. Le povertà stanno aumentando anche nei paesi industrialmente più avanzati (come l’Italia), e assume anche la grave forma di povertà da e di lavoro. Un tema, anche questo, al centro del magistero di padre Joseph. Anche le nuove povertà, come le antiche, dipendono da una mancanza di capitali. Un capitale, decisivo e trascurato totalmente nei dibattiti pubblici, è quello spirituale. Sono ormai in tanti a denunciare che dietro il nostro declino ci sono la carenza e il deterioramento di capitali produttivi, tecnologici, ambientali, infrastrutturali, istituzionali. Verità sacrosanta. Non si dice, però, che la crisi di questi capitali cruciali per lo sviluppo economico dipende in massima parte dall’aver consumato forme di capitali più fondamentali (morali, civili, spirituali), quelli che hanno generato economia, industria, civiltà. L’industria, e prima le culture contadine, marinare, artigiane dell’Europa, sono state generate da un intero umanesimo, un processo durato secoli, millenni. L’economia di mercato nel Novecento è stata generata anche da un grande patrimonio spirituale ed etico fatto da milioni di donne e di uomini educati e abituati alla sofferenza, al travaglio del lavoro, alle carestie della vita e della storia, alle guerre, persone capaci di fortezza e di resilienza di fronte alle ferite buone e cattive. Un’immensa energia spirituale e civile che era cresciuta e maturata nei secoli da un terreno fecondato dalla pietà cristiana, dalla fede semplice ma vera del popolo, e anche dalle ideologie, che erano state spesso capaci di offrire un orizzonte più grande dell’asprezza del quotidiano. Il capitale spirituale della persona, e quindi delle famiglie, delle comunità, delle scuole, delle imprese, è sempre stato la prima forma della ricchezza delle nazioni. Una persona, o un popolo, continua a vivere e non implode durante le crisi finché ha capitali spirituali cui attingere. Non muore finché nei tempi della notte sa andare dentro l’anima propria e del mondo e trovarci qualcosa, qualcuno, cui aggrapparsi per ricominciare. Non si riesce a dar vita a un’impresa, a trovare le risorse morali di avventurarsi in cammini rischiosi per sé e per gli altri, a convivere con le sospensioni, con le avversità e la sventura di cui è composta la vita imprenditoriale, senza capitali spirituali personali e comunitari. Quali capitali spirituali, antichi e nuovi, stiamo donando, creando nelle nuove generazioni? Stiamo dotando i giovani, e tutti noi, di risorse spirituali per le tappe cruciali dell’esistenza? Quando abbassano gli occhi dentro, vi trovano qualcosa capace di far rialzare lo sguardo? Se non troviamo una nuova-antica fondazione spirituale dell’Occidente, la depressione sarà la peste del XXI secolo. I segnali di fragilità dell’attuale generazione di giovani-adulti dicono molto, dovremmo solo ascoltarli di più. Per combattere le nuove-antiche povertà-miserie di oggi, e soprattutto di domani, è allora necessario ed urgente riuscire a dare vita a una nuova stagione di alfabetizzazione spirituale delle masse, con tutti i mezzi (compreso il web), e in tutti i luoghi (compresi i mercati, le piazze, le imprese). La domanda di questo “bene”, ancora in buona parte latente e potenziale, è immensa. Ma occorre saperla ritracciare proprio nel vuoto di spiritualità che (sembra) dominare la nostra era. Siamo di fronte a un passaggio decisivo, questo sì davvero epocale: se la domanda di beni spirituali non incontrerà una nuova “offerta” da parte delle grandi e millenarie tradizioni religiose, che hanno patrimoni fecondi capaci di produrre nuovi beni spirituali donati oggi con nuovi linguaggi vitali e comprensibili, sarà il mercato a offrire e vendere spiritualità, trasformandola in merci (sta già accadendo: vedi il moltiplicarsi dei settari cialtroni for-profit). E il rimedio sarà stato peggiore del male. Padre Joseph Wresinski sapeva, per averlo ricevuto come dono e per averlo appreso dalla vita e dai poveri, che la prima risorsa per curare ogni miseria è il vangelo, è l’annuncio di una buona novella, che fa rialzare e camminare. La prima resurrezione del povero vive dentro la persona del povera, in quella sua sete e fame di futuro e di vita migliore. E’ da lì che occorre sempre partire, se vogliamo che l’uscita dalla povertà conduca verso un luogo migliore – sfida decisiva in ogni processo di liberazioni da ogni povertà, poiché accade oggi troppo spesso che il sussidio di cittadinanza finisca nelle slotmachines.

Per concludere. La povertà è una, ma le povertà sono molte. Ci sono parole che dicono un male assoluto (“menzogna”, “razzismo”, “omicidio”...), ma “povertà” non è tra queste. Il suo spettro semantico è molto ampio e va dal dramma di chi la povertà la subisce dalla vita, dalla sventura, fino alla beatitudine di chi la povertà la sceglie, spesso per liberare se stesso e i tanti che la povertà non la scelgono ma la subiscono. Ho trovato questa ampiezza della povertà nelle pagine di questo libro, e nel magistero di padre Joseph. Questa polivalenza della povertà sfugge invece alla nostra civiltà, che continua ad associare felicità a ogni forma di ricchezza e infelicità ad ogni povertà. E così si perde di vista semplicemente la vita, che prende sapore quando siamo capaci, individualmente e insieme, di trovare povertà in molte cose che chiamiamo ricchezze, e ricchezze in ciò che ci appare essere povertà. Ma non sfuggiva a Padre Joseph che – se interpreto bene il suo pensiero – era convito che le istituzioni la scienza e la politica fossero certamente importanti per risolvere e combattere le povertà ‘sbagliate’ del mondo (e lo vediamo dai tanti interventi raccolti in questo libro); ma prima era convinto che sono i poveri a potere e voler risolvere i loro problemi. La storia ci ha mostrato e ci mostra che non sono mai stati i ricchi a salvarli. I ricchi epuloni riescono soltanto a far cadere le briciole dalle loro tavole opulente ai tanti lazzari di ieri e di oggi. Ciò che i ‘ricchi’ vorrebbero è l’immunità dai poveri, espellendoli fuori dai confini della città. Lo hanno sempre fatto, e continuano a farlo: è stata proprio questa immunità che Gesù Cristo, Francesco d’Assisi, Padre Joseph hanno combattuto e che i loro continuatori combattono oggi quando, per curare le povertà, le abbracciano, lasciandosi toccare, contaminare, amare dai loro ‘corpi’ nel bacio fraterno della fraternità. E solo così aiutano gli stessi “poveri” a diventare protagonisti del proprio destino. Solo così la miseria può diventare “sorella povertà”, quella del vangelo. E solo così possiamo sperare, con padre Joseph, di sentirci chiamare un giorno ‘beati’.

1 «Da ricco qual era si è fatto povero, per arricchirci con la sua povertà»

2 «Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui

1 «Da ricco qual era si è fatto povero, per arricchirci con la sua povertà»

2 «Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legata alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella, infine, rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera professionale» (Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino, 2005).

Luigino Bruni

Luigino Bruni è uno storico del pensiero economico, con un forte interesse per la filosofia e la teologia. Coordinatore dell'Economia di Comunione nel Movimento dei Focolari, è professore di economia alla LUMSA a Roma.

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